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Sigarette sempre più care: aumenti fino a 50 centesimi, ma il vero problema è un altro

Sigarette più care in Italia, aumento prezzi fino a 50 centesimi in tabaccheria

L’ennesimo aumento del prezzo delle sigarette è ormai realtà. Con l’ultimo intervento sulle accise deciso dal governo, i fumatori italiani si trovano a fare i conti con rincari che vanno dai 20 ai 50 centesimi a pacchetto. Una cifra che, presa singolarmente, può sembrare contenuta, ma che nel lungo periodo pesa in modo significativo sul bilancio di chi fuma quotidianamente.

Secondo i dati aggiornati diffusi dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli, gli aumenti sono diffusi e colpiscono praticamente tutte le fasce di mercato: dai marchi più economici fino ai brand premium. Tra i più costosi, le varianti di Marlboro, Kent e Dunhill arrivano a sfiorare o superare i 6,80 euro a pacchetto, mentre il marchio più caro in assoluto, Dunhill International, raggiunge i 7,20 euro.

Allo stesso tempo, anche le sigarette considerate “low cost” non sono rimaste immuni: prodotti come Black Devil o Corset restano nella fascia dei 4,40 euro, ma anch’essi hanno subito incrementi rispetto al passato.

Aumenti delle sigarette: una strategia che viene da lontano

L’incremento dei prezzi non è una novità improvvisa, ma rientra in una strategia ben precisa che va avanti da decenni. L’aumento delle accise sui prodotti da fumo è infatti uno degli strumenti principali utilizzati dagli Stati per ridurre il consumo di tabacco.

Già dagli anni ’90, l’Italia – come gran parte dei Paesi europei – ha iniziato ad adottare politiche fiscali sempre più severe sul tabacco, seguendo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’idea alla base è semplice: rendere il fumo economicamente meno accessibile, soprattutto per i più giovani.

Ed è proprio qui che emerge un primo paradosso. Nonostante i continui rincari e le campagne di sensibilizzazione, il numero di giovani che si avvicina al fumo resta ancora significativo. Secondo una recente indagine del Movimento italiano Genitori, il 28% dei ragazzi tra i 10 e i 17 anni ha provato almeno una sigaretta, mentre una quota più ridotta ma comunque preoccupante fuma abitualmente.

Questo dimostra che il prezzo, da solo, non è sufficiente a fermare il fenomeno.

Il vero nodo: giovani, accesso facile e controlli deboli

Se da un lato lo Stato punta ad aumentare i prezzi per scoraggiare il consumo, dall’altro emergono dati che raccontano una realtà diversa. Il vero problema, oggi, sembra essere l’accessibilità.

Dalla stessa indagine emerge infatti che il 60% dei venditori non verifica l’età degli acquirenti e che quasi la metà non nega la vendita nemmeno quando è evidente che si tratta di un minore. Un dato che mette in discussione l’efficacia delle normative attuali.

I giovani riescono ad acquistare sigarette principalmente tramite tabaccherie e distributori automatici, spesso utilizzando tessere sanitarie di amici più grandi o familiari. Questo sistema aggira di fatto i controlli e rende inutile, almeno in parte, l’inasprimento dei prezzi.

Nel frattempo, anche il tabacco trinciato registra aumenti importanti. Le confezioni da 30 grammi arrivano fino a 8 euro, quelle da 40 grammi toccano i 10-11 euro e i pacchi più grandi superano i 15 euro, con punte che sfiorano i 19 euro per i marchi più noti. Un incremento che colpisce soprattutto chi aveva scelto questa alternativa per risparmiare.

Il quadro che emerge è chiaro: gli aumenti delle sigarette rappresentano solo una parte del problema. Se da un lato contribuiscono a ridurre il consumo tra alcuni fumatori, dall’altro non riescono a incidere realmente sulle nuove generazioni, che continuano ad avere accesso facile ai prodotti.

In definitiva, il rincaro delle sigarette rischia di trasformarsi più in una misura fiscale che in uno strumento realmente efficace di prevenzione. Senza controlli più severi e politiche educative più incisive, il prezzo continuerà a salire, ma il fenomeno del fumo – soprattutto tra i giovani – resterà difficile da fermare.

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