Nel 1898 nasceva il primo sistema pensionistico italiano. Oggi, più di un secolo dopo, il tema torna al centro del dibattito per una ragione precisa: l’Italia invecchia, nascono pochi bambini e nei prossimi anni arriverà alla pensione una parte importante della generazione del baby boom.
Secondo le ultime analisi sulla spesa previdenziale, il peso delle pensioni sul Pil potrebbe salire dal 15,2% nel 2025 fino a circa il 17% nel 2040, prima di un possibile calo negli anni successivi.
Il nodo principale non è soltanto l’INPS, ma l’equilibrio tra chi lavora e versa contributi e chi riceve un assegno pensionistico. Nei prossimi anni, infatti, il numero dei pensionati resterà molto alto, mentre la popolazione attiva rischia di ridursi a causa di denatalità, precarietà, salari bassi e crescita economica debole.
Il peso del baby boom
Una delle fasi più delicate potrebbe arrivare tra il 2030 e il 2040. In quel periodo andranno in pensione molti nati negli anni del boom demografico, in particolare le generazioni del 1964-65. Questo potrebbe aumentare in modo significativo le uscite previdenziali, mentre il numero di giovani lavoratori non cresce allo stesso ritmo.
L’INPS ha segnalato che nel 2024 sono state liquidate 1,57 milioni di nuove pensioni, il 4,5% in più rispetto al 2023. Un dato che conferma quanto il sistema sia già sottoposto a una forte pressione.
Il problema, però, non riguarda solo l’età pensionabile. Riguarda anche la qualità del lavoro. Se ci sono pochi occupati, stipendi bassi e carriere discontinue, entrano meno contributi. E con meno contributi diventa più difficile finanziare assegni adeguati per chi andrà in pensione domani.
Pensioni future più basse?
Molti economisti avvertono che le pensioni future potrebbero essere più leggere rispetto agli stipendi percepiti durante la vita lavorativa, soprattutto per chi ha avuto contratti precari, periodi senza lavoro o redditi bassi.
Nel dibattito tornano quindi temi come legge Fornero, pensione contributiva, flessibilità in uscita, pensioni minime, contributi di solidarietà, riforma fiscale e immigrazione come possibile sostegno al sistema.
Non tutti parlano di collasso. Alcune analisi sottolineano che il sistema può restare sostenibile grazie alle riforme, all’aumento dell’occupazione e ai meccanismi automatici legati all’aspettativa di vita. Ma il punto resta chiaro: senza più lavoro, più produttività e più giovani attivi, il peso rischia di spostarsi sempre di più sulle nuove generazioni.
Il futuro delle pensioni italiane, quindi, non dipenderà solo dalle regole previdenziali. Dipenderà anche da economia, natalità, occupazione e capacità del Paese di sostenere un sistema che riguarda milioni di italiani.






