Il futuro del protocollo tra Italia e Albania sui centri per migranti torna improvvisamente al centro dello scontro politico. Tutto nasce dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha, che ha parlato della possibilità che Tirana non rinnovi l’accordo sui centri di Gjadër e Shëngjin una volta terminata la scadenza prevista nel 2029. Parole che hanno provocato immediate polemiche in Italia e acceso nuove critiche contro il governo guidato da Giorgia Meloni.
Poche ore dopo è arrivata però la precisazione del premier albanese Edi Rama, che ha cercato di raffreddare il caso spiegando che il protocollo “continuerà finché l’Italia lo vorrà”. Una correzione che non è bastata a spegnere le tensioni politiche, perché il tema dei migranti e dei Cpr resta uno dei più delicati dell’intero dibattito europeo.
Le parole dell’Albania fanno esplodere il caso
Il protocollo tra Roma e Tirana era stato firmato nel novembre 2023 e ratificato ufficialmente all’inizio del 2024. L’accordo prevedeva la costruzione e l’utilizzo di due strutture in territorio albanese destinate alla gestione dei migranti soccorsi dalle autorità italiane nel Mediterraneo. Per il governo italiano rappresentava una svolta nella gestione dell’immigrazione e un modello che avrebbe potuto diventare un esempio anche per altri Paesi europei.
Le parole del ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha hanno però riaperto improvvisamente tutti i dubbi sul progetto. Nell’intervista che ha scatenato il caso, il capo della diplomazia di Tirana ha ricordato che l’accordo ha una durata di cinque anni e che il suo rinnovo non sarebbe affatto automatico. Secondo Hoxha, infatti, l’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea potrebbe cambiare completamente lo scenario.
L’Albania punta infatti ad aderire all’Ue entro il 2030. Se questo dovesse accadere, il Paese non sarebbe più considerato uno Stato “terzo” rispetto all’Unione Europea e quindi il protocollo attuale rischierebbe di perdere il proprio impianto giuridico originario.
La dichiarazione ha immediatamente provocato un terremoto politico in Italia. Nel giro di poche ore il premier albanese Edi Rama è intervenuto per chiarire che non esiste alcuna rottura con Roma e che la collaborazione con l’Italia proseguirà regolarmente. Rama ha spiegato che si sarebbe trattato di una semplice riflessione legata al futuro ingresso dell’Albania nell’Unione Europea e non di uno stop immediato all’accordo.
Piantedosi e Tajani provano a rassicurare
Nel pieno delle polemiche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si trovava proprio a Tirana per una serie di incontri istituzionali. Dopo il vertice con il ministro albanese Besfort Lamallari, il Viminale ha diffuso una nota nella quale si sottolinea che “la cooperazione tra Italia e Albania prosegue regolarmente”.
Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha cercato di minimizzare il caso. Tajani ha spiegato che durante il suo incontro con Hoxha non sarebbe stata comunicata alcuna intenzione concreta di interrompere l’intesa e che il 2030 resta ancora lontano. Per il governo italiano, dunque, il protocollo continua a rappresentare uno strumento centrale nella strategia di controllo dei flussi migratori.
Nel frattempo il Dipartimento Immigrazione del Viminale ha confermato che le strutture di Gjadër e Shëngjin continueranno a essere utilizzate come Cpr e che, con l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, potranno essere impiegate anche come centri di trattenimento per richiedenti asilo.
Le opposizioni attaccano: “Un fallimento costato miliardi”
Le opposizioni hanno invece colto l’occasione per attaccare duramente il governo. Il Movimento 5 Stelle ha parlato di “fallimento certificato” del protocollo Albania, accusando l’esecutivo di aver speso quasi un miliardo di euro per un progetto che, secondo i pentastellati, avrebbe prodotto risultati minimi.
Anche il Partito Democratico ha definito il piano “un progetto nato male e andato peggio”, mentre Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di “ammettere gli errori commessi”.
Le critiche arrivano anche dalle organizzazioni umanitarie. Diverse ong sostengono infatti che il trasferimento dei migranti fuori dal territorio italiano rischi di creare problemi legali e umanitari molto complessi. Secondo Sea Watch, il protocollo mostrerebbe tutta la fragilità di un sistema basato su accordi politici con Paesi che potrebbero cambiare posizione nel tempo.
Dal centrodestra, invece, arriva una difesa compatta dell’accordo. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami ha definito “strumentali” le polemiche delle opposizioni, sostenendo che l’eventuale ingresso dell’Albania nell’Ue non cancellerebbe necessariamente la cooperazione tra i due Paesi.
Il verdetto dell’Europa può cambiare tutto
Oltre allo scontro politico, resta aperta anche la questione giudiziaria europea. Nei prossimi mesi la Corte di Giustizia dell’Unione Europea dovrà pronunciarsi sulla validità del trattenimento dei migranti nei centri costruiti in Albania. Una decisione molto attesa che potrebbe avere conseguenze decisive sul futuro dell’intero progetto.
Il protocollo Albania è diventato uno dei simboli più forti della linea dura del governo Meloni sull’immigrazione. Per la maggioranza rappresenta una risposta concreta all’emergenza migratoria; per le opposizioni e molte associazioni umanitarie, invece, è un progetto costoso, complicato e pieno di incognite.
Con il possibile ingresso dell’Albania nell’Unione Europea e il giudizio imminente della Corte Ue, il futuro dell’accordo appare oggi più incerto che mai.






