Un sistema illecito che trasformava diritti fondamentali in merce di scambio. A Napoli, un’indagine della Procura ha portato alla luce un giro di corruzione negli uffici anagrafici che coinvolgerebbe ben 119 persone tra ex dipendenti comunali, intermediari e cittadini beneficiari.
Secondo quanto emerso, per ottenere certificati di residenza, carte d’identità e altri documenti ufficiali, non bastava seguire la normale procedura: servivano soldi oppure, nei casi più gravi, prestazioni sessuali. L’inchiesta si concentra sugli uffici della Seconda e Terza Municipalità, tra piazza Dante e Capodimonte, dove il sistema avrebbe operato per diverso tempo.
Il meccanismo: documenti in cambio di favori
Al centro del sistema ci sarebbe un 53enne di origine srilankese, considerato dagli investigatori il punto di collegamento tra chi aveva bisogno di documenti e chi, all’interno degli uffici pubblici, era disposto a chiudere un occhio.
Il meccanismo era semplice ma estremamente efficace: i richiedenti venivano indirizzati verso funzionari compiacenti che, in cambio di denaro o altri favori, acceleravano pratiche oppure rilasciavano documenti anche in assenza dei requisiti necessari.
Due dipendenti comunali, un 66enne e un 68enne, avrebbero avuto un ruolo chiave nella gestione del sistema. In particolare, il primo è accusato di aver ottenuto prestazioni sessuali in almeno quattro occasioni in cambio di pratiche anagrafiche. Un’accusa gravissima che aggiunge un ulteriore livello di degrado a una vicenda già molto delicata.
Il sistema non riguardava solo casi isolati, ma avrebbe coinvolto un numero elevato di persone, segno di una rete consolidata e ben organizzata. L’avviso di conclusione delle indagini preliminari notificato agli indagati rappresenta ora un passaggio cruciale verso un possibile processo.
Un problema che affonda le radici nel passato
Quello emerso a Napoli non è un caso isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio legato alla corruzione nella pubblica amministrazione, un fenomeno che in Italia ha una lunga storia.
Già negli anni di Tangentopoli, negli anni ’90, il Paese fu scosso da un sistema diffuso di tangenti che coinvolgeva funzionari pubblici, politici e imprenditori. Da allora, nonostante le riforme e i tentativi di rendere più trasparente la macchina amministrativa, episodi simili continuano a emergere.
La gestione delle pratiche anagrafiche, in particolare, è sempre stata un punto delicato, perché riguarda diritti fondamentali come l’identità e la residenza. In contesti di fragilità sociale, come quello di alcune comunità straniere, il rischio di finire nelle mani di intermediari senza scrupoli aumenta notevolmente.
Negli ultimi anni, la digitalizzazione dei servizi pubblici ha cercato di ridurre il contatto diretto tra cittadini e uffici, limitando le possibilità di corruzione. Tuttavia, casi come questo dimostrano che, quando esiste una rete interna complice, anche i sistemi più moderni possono essere aggirati.
L’inchiesta di Napoli rappresenta quindi un segnale forte: da un lato evidenzia la presenza di gravi irregolarità, dall’altro mostra l’importanza del lavoro investigativo nel riportare alla luce situazioni che minano la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Ora si attende di capire quali saranno gli sviluppi giudiziari, ma una cosa è certa: questa vicenda riaccende i riflettori su un problema che l’Italia non è ancora riuscita a risolvere del tutto.






